Il 20 aprile 2000 è stata inaugurata a Predappio la mostra “Il paese di Mussolini – Architettura e città, ipotesi di un Museo urbano”, che ha visto l'Arch. Paolo Carli Moretti impegnato nella curatela scientifica e nell'allestimento insieme allo storico Roberto Balzani.
L'evento espositivo, che ha segnato la riapertura al pubblico della casa natale di Mussolini a oltre cinquant'anni dalla fine del conflitto, ha proposto un percorso di rigorosa indagine scientifica e storiografica privo di intenti celebrativi. La mostra ha integrato le tavole grafiche della tesi di laurea dell'Arch. Carli Moretti (svolta presso l'Università di Firenze con il prof. Marcello Balzani in veste di correlatore) dedicate al ridisegno analitico delle architetture realizzate a Predappio nella prima metà del Novecento, affiancandole a una selezione di cartoline storiche d'epoca curate da Roberto Balzani.
Sebbene non sia stato pubblicato un catalogo cartaceo dell'esposizione, si riporta di seguito il testo critico integrale redatto all'epoca per il depliant di sala della mostra, che conserva il valore di documento teorico sulle problematiche del Restauro del Moderno:

I primi monumenti-documenti riconoscibili come appartenenti al Movimento Moderno hanno ormai quasi mezzo secolo. Circa la metà dell’attuale patrimonio edilizio italiano è di costruzione posteriore alla seconda metà dell’Ottocento e oggi imponente è la massa del costruito moderno da restaurare.
La scarsa consapevolezza del significato e del valore di questo patrimonio da parte degli Enti proprietari o possessori di questi beni, l’esclusione di queste opere dai programmi di recupero e restauro filologico, i fraintendimenti a scala urbanistica e architettonica cui sono soggette le letture delle attuali e mutate configurazioni urbane o con i quali vengono proposte incongrue e devastanti analogie tecnologiche e costruttive hanno fatto sì che architetture di grande pregio siano state equiparate a meri ‘contenitori’ e assoggettate a manomissioni e trasformazioni di ogni tipo (cfr. M. Balzani, 1999).
Il contributo di una ricerca storico-documentale in chiave interpretativa appare quanto mai indispensabile poiché, se per l’antico non è data la possibilità di discriminazione, per il moderno, invece, il problema non può essere evitato in quanto il suo valore testimoniale si allargherebbe fino a comprendere l’integrità dell’esistente.
Lo studio della città contemporanea mostra l’esistenza di un’idea della modernità affermatasi in modo affatto uniforme: da un lato, oscillando tra esigenze di adeguamento a nuove “qualità della vita” e riproposizione di una “qualità della forma” (cfr. R. La Franca, 1996) consolidatasi nelle stratificazioni storiche della città e dall’altro, in termini di contrasto, andando oggi ironicamente a far parte di quello stesso patrimonio di preesistenze dalle quali volevano definitivamente separarsi. La piena ed attuale consapevolezza dell’esistenza di una tradizione in grado di legare l’attuale cultura a quella del passato e di mostrare come soluzioni tra le più libere possano derivare anche da un uso consapevole del linguaggio, quando “... l’intuizione riesce a spostare il consueto legame che riempie di significato il segno”(cfr. A. Rossi, 1996), ci offre un nuovo sguardo con cui guardare l’anacronismo di opere fino a ieri considerate prive di interesse storico e artistico, mentre il carattere di transitorietà, principio cardine del Movimento Moderno, basato sul rifiuto della decorazione, sulla semplicità delle linee e dei volumi, sull’impiego di materiali innovativi e sperimentali, pone nuovi dubbi sul come e cosa conservare tra ciò che non si vuole perdere (cfr. A. Rossi, A. Turi, 1999).
L’architettura moderna pone problematiche la cui presenza raramente si verifica nello studio dell’antico: elaborati architettonici uniti a progetti esecutivi e ad allegati di contabilità e capitolato, strumenti urbanistici vigenti e regolamenti, rapporti tra committenza, impresa, direzione lavori e progettista, archivi privati e pubblici, manualistica di riferimento, iter burocratici, documentazioni fotografiche, schizzi e disegni di progetto costituiscono un patrimonio di fonti raramente riscontrabile in altri casi di studio ma la cui complessità, allo stesso tempo, risulta essere spesso fraintendibile. Le poetiche sottese alla progettazione, in molti casi perdute poiché relegate al rapporto solo personale con le committenze, la frequente mancanza di disegni originari, spesso riguardante le principali opere realizzate o ancora, le complessità spaziali tipiche dell’architettura moderna sono chiari esempi della necessità di studi che affianchino ai tradizionali strumenti, quali fonti di archivio, immagini d’epoca ed attuali, nuove rappresentazioni grafiche che da un lato restituiscano in scale appropriate le essenziali figure della rappresentazione relative ad ogni singolo edificio (piante, prospetti, sezioni, assonometrie, spaccati assonometrici e vedute prospettiche) e dall’altro riescano, anche attraverso semplici schemi, a filtrare la visione complessiva delle opere restituendo immagini significative relativamente a singoli temi di ricerca (inserimento urbanistico, distribuzione funzionale, analisi di materiali, degrado ed elementi compositivi).
I principali temi riguardanti lo studio dell’architettura italiana dei primi decenni del secolo appena concluso come la contrapposizione tra idea di città monocentrica e tecnica del decentramento, la fondazione di città nuove, il modello della vita rurale come mito da contrapporre all’urbanesimo delle città, la pianificazione delle infrastrutture di trasporto, i primi concorsi nazionali di architettura, le polemiche tra tradizionalisti e razionalisti, la monumentalità e le nuove tecnologie costruttive, i primi processi di industrializzazione ed il mito del volo sono tutti presenti nella vicenda dello spostamento dell’abitato di Predappio avvenuto nell’arco di circa vent’anni, dal 1925 al 1942. Le architetture ed i progetti di alcuni dei più importanti protagonisti dell’architettura italiana del periodo, Gustavo Giovannoni, Cesare Bazzani, Florestano di Fausto e Cesare Valle, oltre a quelle di non meno brillanti progettisti come Arnaldo Fuzzi ed Enrico De Angeli costituiscono nella città-progettata di Predappio la testimonianza di un vero e proprio museo urbano.I progetti realizzati e quelli rimasti solo sulla carta, le proposte urbanistiche ed i piani regolatori approvati vengono studiati attraverso l’associazione di una ricerca storico documentale e di ricostruzioni grafiche interpretative delle opere, sullo sfondo dell’ambiente sociale del tempo raccontato dalle innumerevoli immagini delle cartoline, delle fotografie e dei filmati. Varie sezioni raccontano le vicende dello spostamento dell’abitato di Predappio, dalle prime proposte urbanistiche messe a punto negli anni Venti dai tecnici del Genio civile di Forlì a quelle successivamente realizzate dall’architetto romano Florestano Di Fausto, ed alle opere da lui progettate prima in veste di direttore artistico, la casa Baecker, le case economiche, la scuola elementare, le poste, la caserma dei carabinieri e il municipio di palazzo Varano, poi come progettista, l’asilo e oratorio di Santa Rosa, il mercato viveri, il mattatoio, il mercato bestiame, il cimitero di San Cassiano in Pennino e la palestra, fino ad arrivare alle proposte urbanistiche ed alle relative soluzioni architettoniche degli anni Trenta ed a quelle dei primi anni Quaranta, la Casa del fascio e dell’ospitalità e la nuova caserma dei carabinieri dell’ingegnere Arnaldo Fuzzi, la Casa della gioventù italiana del littorio di uno dei membri fondatori del GUR (Gruppo urbanisti romani) l’ingegnere Cesare Valle, la villa Castelli dell’ingegnere Enrico De Angeli, lo Stabilimento Industriale della Aeronautica Caproni.
Il 30 agosto 1925, grande assente Benito Mussolini, viene celebrata la cerimonia di fondazione del nuovo abitato di Predappio alla presenza di Rachele Mussolini e del Commissario di partito Italo Balbo. Solo il 26 maggio del 1926 Benito Mussolini visita ufficialmente per la prima volta i lavori di Predappio Nuova ed incontra in quell’occasione, in mezzo alla folla ed agli esponenti della stampa locale, il nuovo direttore artistico dei lavori di trasferimento dell’abitato di Predappio, l’architetto romano Florestano Di Fausto, il quale gli propone uno schizzo prospettico della zona sottostante palazzo Varano.Benito Mussolini “... chiede dettagliate spiegazioni all’ing. Di Fausto, speciale incaricato dal Ministero per le costruzioni di Predappio Nuova. E il valoroso tecnico illustra efficacemente al Duce i piani e i progetti, indicando sui bellissimi disegni fino i dettagli dei grandi edifici che stanno sorgendo; e gli addita i luoghi dove si ergeranno le Scuole, la Chiesa, le ville; dove si traccerà la nuova strada; dove saranno costruiti i ponti. Il Duce consiglia modifiche, indica correzioni, vuole ritocchi. Dice dove dovrà essere tagliato lo sperone del monte per la strada. Raccomanda che sia curato specialmente l’interno del palazzo scolastico: le aule, i bagni, e in particolare le docce.” > Il documento descritto dal giornalista del Popolo di Romagna, firmato di proprio pugno da Benito Mussolini e che costituisce il manifesto di questa mostra, è una veduta prospettica disegnata e dipinta con colori a matita su carta lucida e mostra nelle sue linee ricche l’idea di una tipica borgata rurale alla quale non mancano sogni di una certa monumentalità. Quel documento, nella sua imperfezione grafica, guiderà la realizzazione completa dell’abitato di Predappio più di ogni altro progetto esecutivo successivamente presentato e conservato presso i vari archivi mostrando la forza delle immagini cariche della dimensione poetica dell’architettura e lascia intravedere, anche nella particolarità dell’evento che viene per la prima volta descritto dagli organi di stampa e dal quale emerge il peso della committenza su tutte le scelte progettuali del tempo, i complessi rapporti tra architettura e città e tra architettura ed ambiente sociale. La proposta, approvata da Benito Mussolini, viene ufficializzata nel nuovo piano regolatore del 10 febbraio del 1927, quasi contemporaneamente alla pubblicazione del decreto legge che dà all’abitato il nome di Predappio Nuova.